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Stanza 219

Storia liberamente tratto da fatti di vita narrata

 

Io e Ninì siamo qui da quasi due settimane. In testa un caschetto per aiutarci a respirare, nel cuore solo il desiderio di poter incrociare ancora lo sguardo dei nostri cari. Siamo in un piccolo ospedale di città, così lo chiamano. Questa è una grande fortuna perché possiamo stare nella stessa stanza, io e mio marito.

Stamattina mi sono svegliata e l’ho guardato mentre ancora dormiva, mi è sembrato più stanco del solito, come se gli fossero piombati addosso tutti i suoi anni in un momento. L’ho osservato a lungo. Mia nonna diceva: “Per conoscere bene una persona devi mangiarci un quintale di sale assieme.” Di sale ne abbiamo mangiato tanto, io e Ninì, ma non sono ancora sicura che ci siamo veramente conosciuti. La vita che ci hanno insegnato è una vita fatta di senso del dovere, di mandare giù, di famiglia e sicurezze. Abbiamo fatto del nostro meglio, si certo abbiamo sgobbato tanto per costruire, per un futuro, per i figli. Oggi invece non sembra più sicuro niente, altri tempi.

 

Milano così silenziosa stamane mi fa sentire i miei pensieri più forti. O forse è il caschetto dell’ossigeno tutto intorno alla testa, che li fa rimbombare dentro. All’età che abbiamo è da un pezzo che pensiamo alla morte, ce l’hanno sbattuta in faccia tutti i funerali dei nostri cari che sono andati via prima di noi. All’inizio della vita li accompagni e nemmeno ci pensi che potrà toccare a te. Poi arriva un punto in cui ai funerali ti guardi intorno e i tuoi coetanei si contanto sulle dita. E allora in quel momento ogni tanto incroci uno sguardo di uno di loro e senti nel cuore che state guardando sorella morte insieme.

 

È entrata un’infermiera nella stanza. Indossa talmente tanti strati di protezione tra camice, guanti, mascherina, occhiali, cuffia che le vedo solo gli occhi castani e profondi. “Come sta signora Maria? Ha riposato bene stanotte? Proviamo la temperatura a Lei e al Signor Giancarlo.” Ha una voce come una carezza. È il contatto intimo più caldo che viviamo in questi giorni, insieme ai loro sguardi stanchi ma sempre sorridenti con noi. La mia febbre è scesa, sono i polmoni che da soli non ce la fanno ancora. Guarda mio marito e poi ancora me. Ha un’espressione diversa. Ho un brivido nel braccio sinistro. Lo conosco. E non porta mai buone notizie.

 

Sono le quattro del pomeriggio e mio marito è ancora qui nel letto accanto. L’ho sentito fare un espiro profondo, come se prima avesse cercato tutta l’aria a disposizione. Poi il silenzio. In pochi minuti le rughe dell’espressione si sono come distese e mi è sembrato di vedere una luce diversa sul suo volto. Ninì è morto. Io qui, a distanza di meno di due metri, sono la sola testimone del suo addio.

 

Mi è scesa una tenebra sul cuore. Non è la morte in sé, a novant’anni certo non ci ha fatto lo sgambetto. È l’idea che sarà solo, tra poco. Nessuno a vegliarlo, nessuno a portare il suo ultimo saluto. Solo. L’infermiera due ora fa mi ha preparata al fatto che sarebbero venuti a prenderlo per portarlo a -1, in camera mortuaria. Niente vestiti, niente effetti personali. Per sicurezza bisogna disfarsi di tutto. Lei però con molta delicatezza gli ha sfilato la fede, l’ha disinfettata con la stessa cura con cui l’avrebbe lucidata un orefice e me l’ha data. È l’unico frammento fisico di lui che potrò tenere qui.

 

Sono passate due ore e non è arrivato nessuno. Io lo so’ perché, è perché ho pregato che me lo lasciassero ancora un po’ e qualcuno mi ha ascoltata. Non sono pronta a sapere che non lo rivedrò più.

Il tempo del cordoglio, il tempo prima del funerale è un tempo sacro, in cui ci avviciniamo alla separazione definitiva ma il morto è ancora lì fisicamente. Una volta durava ancora più di adesso, era un tempo dilatato per fare visita, per dire una preghiera insieme, per condividere i ricordi, un tempo per guardare il volto di quella persona e di ascoltare se lo stavi salutando col cuore pesante o leggero. Oggi non so’ nemmeno quando lo potremo sepellire.

 

Il letto è vuoto. Lo hanno portato via chiuso in un sacco. E io che avevo già preparato i vestiti buoni per i nostri funerali. Sono sola e lui è solo, tre piani sotto di me. Nessuno dei nostri cari a tenerci la mano. Abbiamo pensato tante volte a come sarebbe stata ma no, così non ce la saremmo mai immaginata.

 

Respiro. È anche faticoso piangere con questo arnese infilato in testa. Respiro e prego. Una parte di me vorrebbe solo seguirlo, un’altra parte vorrebbe avere le forze e la possibilità di prendersi cura di lui in questo momento. Respiro e prego. E traccio l’invisibile filo rosso della nostra storia, per non dimenticare neanche un momento di noi.

Ciao Ninì.

Scritto da: Silvia Mecca

Formatrice e grief counselor. Il mio lavoro e la mia vita sono uno. Sono nel flusso e nel presente, nel mio tempo e in ogni momento.

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