Creature luminose è un film che parla di dolore e di perdita. Tratto dal romanzo di Shelby Van Pelt “Remarkably Bright Creautures”, il film diretto da Olivia Newmann racconta sì di amicizia, declinata in tante sfumature e possibilità. Ma soprattutto indaga come il tema dell’assenza, declinato nelle due prospettive, l’assenza di un padre mai conosciuto e l’assenza di un figlio per la sua morte prematura, rimodelli l’identità e il senso del tempo dei protagonisti.
Cosa significa vivere con la perdita? Per Tova Sullivan (Sally Field), il dolore diventa una pratica che dura tutta la vita, costruita attorno alla scomparsa del figlio Erik, un modo disciplinato di gesti e abitudini sempre uguali e anche di tabù, per contenere un grande rimpianto e la paura che l’unico grande litigio abbia spinto il ragazzo in un gesto estremo. C’è un continuo ping pong di dubbio e rassicurazione, di pensieri invasivi che vengono esorcizzati con delle rassicurazioni, che però non allentano la morsa del dolore. Cameron Cassmore (Lewis Pullman) incarna una perdita diversa: il sé disorientato che segue l’abbandono, dove i pezzi mancanti delle proprie origini distorcono l’autostima e lo scopo della vita. Persino Marcellus, il polpo, di fronte alla prigionia e a una vita breve, è un esempio della dura verità che il dolore è una condizione da riconoscere, condividere e trasformare.
Conosciamo i personaggi da principio in orbite solitarie di dolore. La vita di Tova è una veglia ordinata: pulire l’acquario di notte, custodire e gestire la memoria di Erik, il figlio morto tragicamente in barca, e visitare l’acqua che custodisce quel doloroso passato. Cameron vaga senza meta, passando da un lavoro all’altro, da una relazione all’altra, rivivendo le sue perdite prima che qualcun altro possa infliggergliele. Marcellus, contando i suoi giorni, piange il mare che non può toccare, evadendo ogni notte dall’acquario e rischiando così di accorciare ulteriormente la propria esistenza.
La parte centrale della storia intreccia questi dolori isolati, facendoli incontrare. Tova inizia a parlare sottovoce del figlio Erik a Marcellus, rompendo un silenzio che l’ha segnata per decenni. La ricerca del padre da parte di Cameron lo riporta a Sowell Bay, collocando il suo dolore privato proprio all’interno della comunità che porta le tracce della sua famiglia.
Alla fine, il dolore non si attenua, ma viene vissuto in modo diverso. Lo sguardo animale di Marcellus diviene strumento privilegiato per ricostruire la verità sulla morte di Erik e portare alla luce inaspettate connessioni. La storia non cancella la perdita; riorienta chi la vive intorno, trasformando il dolore da costrizione a connessione.
Il lutto congelato: I rituali privati di Tova plasmano una vita di ricordo preciso, che non risolvono il suo dolore ma lo mantengono sacro e sopportabile. La porta della camera del figlio è la soglia, il limen, di quel dolore e resta invalicabile per quasi trent’anni. Entrare renderebbe tutto più vero, più tangibile, più difficile da ricollocare. Il luogo del cordoglio è il molo, uno sguardo al mare che non ha un corpo da restituire ad una madre che vorrebbe piangerlo.
“Il suo vuoto non aveva nulla di dolce, era amaro e basta” Marcellus
La pietas: Marcellus narra la sua vita scandita dal tempo, trasformando la mortalità in una compagna lucida. La sua prigionia acuisce il desiderio dell’oceano aperto, rendendo il suo dolore anticipatorio e filosofico allo stesso tempo. Tova, amica sincera di Marcellus, gli offre un ricongiungimento con la sua casa, che è il luogo dove ciascuno vorrebbe poter morire.
Il dolore collettivo: Le Knit-Wits, il circolo delle amiche, che si ritrovano per fare a maglia e per fare un po’ di “taglia e cuci” sugli abitanti del villaggio, si riduce a sole quattro persone, contattando anche in questo spazio il tema della fragilità della vecchiaia e della morte. Le amiche di Tova incarnano il dolore collettivo: la lenta scomparsa di volti familiari che invecchia una città. Ogni sedia vuota ci ricorda che il dolore non è solo personale ma rimodella le comunità e i loro rituali.
“Di norma a me i buchi piacciono. Un buco in cima alla mia vasca mi dà la libertà. Ma non mi piace il buco che lei ha nel cuore. Di cuore lei ne ha uno solo, e non tre come me. Farò tutto quel che posso per aiutarla a colmare quel buco.” Marcellus
Il lutto è anche una levatrice: Marcellus è al contempo lutto e levatrice, mentre guida gli altri verso la verità. La sua intelligenza gli permette di sintetizzare ciò che gli umani non riescono ancora a cogliere. la pervicacia e la sua empatia lo rendono il consigliere della storia.
La rinascita: Senza fare spoiler del finale, basti sapere che ciascuno dei protagonisti troverà una nuova e inaspettata strada e un senso di appartenenza alla propria esistenza.
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