“Io sono il mio corpo, in quanto sono; io non lo sono in quanto io non sono ciò che sono; è attraverso il mio annullamento che gli sfuggo. Ma con questo non lo rendo un oggetto: perché è proprio a ciò che io sono che sfuggo. Ed il corpo è anche necessario come l’ostacolo da superare per essere nel mondo, cioè l’ostacolo che io sono a me stesso.” Jean-Paul Sartre

Buon compleanno Muovi La Salute
Il 28 ottobre 2022 lo Studio Muovi la Salute compie cinque anni ed è dalla sua fondazione che ho il piacere di fare parte di questo gruppo di professionisti appassionati, ciascuno nella propria specializzazione.
È da questa collaborazione che è nata la mia ricerca sulla Malattia di Parkinson, incontrando i pazienti dello studio che venivano a fare la riabilitazione motoria, la logopedia, la fisioterapia e i trattamenti osteopatici, mi sono chiesta quali delle mie competenze avrei potuto mettere al servizio. La prima cosa che ho fatto in realtà è stato rimettermi a studiare, per comprendere più a fondo tutti gli aspetti della malattia, a partire da quelli psicologici e cognitivi.
Il corpo come specchio e come traditore
Nella Malattia di Parkinson il corpo disobbedisce, nel suo muoversi tremante e a spasmi o nella sua rigidità, a ciò che la mente vorrebbe realizzare attraverso di esso, diviene traditore. Allo stesso tempo il corpo diventa specchio di un vissuto interno e ancora una volta, a tradimento, lo rende visibile a tutti. Il tremore, il freezing, le discinesie fanno sentire spesso i malati sotto l’occhio di bue dell’attenzione dei passanti o delle persone con cui condividono gli spazi. Così non è possibile mantenere riservata la propria condizione, non è possibile indossare un bel sorriso e cercare per quel giorno di non pensare a cosa sta accadendo dentro.
“È come se fosse violata la privatezza di tale vissuto, che non è più solo mio nel momento in cui posso toccarlo in un mutamento del mio corpo, su cui cade lo sguardo indagatore dell’altro.”[1]
Io posso alzarmi, sedermi, correre
“Merleau-Ponty ha sintetizzato questo concetto nell’espressione «io posso»: posso sedermi, alzarmi, correre, voltarmi, afferrare e tanto altro. In tali affermazioni non mi soffermo a riflettere sul ruolo della mia corporeità in quanto, semplicemente, sono io che agisco. Nella malattia tale naturale e perciò silente condizione subisce uno scacco. Chi patisce e sperimenta una patologia fisica vive una sorta di scissione tra sé e il proprio corpo, esperendo un insidioso ed intollerabile conflitto tra la propria personale volontà e le limitate e limitanti possibilità imposte dal proprio corpo: io, ad esempio, voglio alzarmi dal letto, ma le mie gambe non me lo consentono.”[1]
“Il corpo è il nostro mezzo generale per avere un mondo”
Merleau-Ponty[2]
Il corpo è uno spazio espressivo.
Vivere la Malattia di Parkinson è fare esperienza del corpo gravante, di un corpo che pesa e che ostacola, e del sentirsi scomodi dentro il proprio corpo.[3]
Per questo motivo le terapie integrate alla Malattia di Parkinson sono fondamentali. La cura farmacologica è il punto di partenza, certo. Occorre però un’attenzione grandissima a tutto quello che è il vissuto emotivo che questa condizione elicita. In particolar modo per evitare che questo corpo diventi causa di isolamento e vergogna. E per poter sostenere gli sguardi fuori, ci si può allenare prima di tutto a guardarsi con nuovi occhi, indossando le lenti della gentilezza amorevole.
Dalla mia tesi di laurea in Psicologia Clinica e della Riabilitazione, dal titolo “Malattia di Parkinson: viaggio tra soma e psiche verso una qualità di vita”.
Relatore Chiar.mo Prof. Alberto Costa
Per altri articoli su questo tema clicca qui.
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[1] Totaro S., Il Corpo malato, 2017
[2] Merleau-Ponty M. (1945), Fenomenologia della percezione, Tr. It. a cura di Andrea Bonomi, Ed. Il Saggiatore, Milano, 1965,. p. 292
[3] Liberamente tratto da Dott. Pomponi Massimiliano, Gli aspetti psicologici e psichiatrici della Malattia di Parkinson, 2014, intervista sul canale Youtube
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