Dalla cuccia al grande Passaggio, accompagnare il proprio cane a Casa
Intervista alla Dott.ssa Daniela Morelli, Medico Veterinario,
a cura di Silvia Mecca
Il 31 dicembre 2017 io e mio marito abbiamo adottato Dea, una giovane Setter Inglese che, dopo qualche mese in una famiglia, era stata abbandonata in canile. Direi che mai il detto “Anno nuovo, vita nuova!” è stato più calzante per noi. Mila e Dea si sono annusate attraverso una porta chiusa un pomeriggio di inizio gennaio, il giorno dopo Mila è entrata in coma. Non si sono date la zampa, la nuova arrivata era irruente e destabilizzata dalle esperienze precedenti, Mila molto anziana e sulla via di prepararsi al passaggio. Tuttavia abbiamo percepito che il nuovo arrivo, seuppur in un nucleo familiare diverso, le avesse dato il permesso di andare, sicura che l’amore di questa nuova creatura sarebbe stato un balsamo per i nostri cuori.
Quando abbiamo cercato un veterinario per Dea, ho chiesto che fosse qualcuno che potesse essere un punto di riferimento. Così diverse persone mi hanno caldamente consigliato la Dott.ssa Daniela Morelli. Al primo appuntamento è stato chiaro che avevo di fronte la persona giusta: è entrata in casa, ha creato subito una relazione col cane, l’ha visitata in un modo talmente delicato e giocoso, che Dea non si è nemmeno accorta che la stava controllando, e intanto ad alta voce spiegava a me tutti i passaggi, in modo che almeno io comprendessi cosa stava accadendo. Davanti ad una tazza di caffè, mentre le facevo tutte le domande del mondo, ad un certo punto ha iniziato a raccontarmi che tutte le volte che può accompagna gli animali nel loro grande Passaggio a casa loro, con la loro famiglia, sulla loro cuccia. “È lei!” – mi sono detta.
Ciò che ho ascoltato è talmente interessante che ho deciso di condividerlo in una intervista sul mio blog.
Daniela, cosa significa accompagnare un animale in fine di vita?
Scientificamente ci viene insegnato che l’animale non sa cosa gli stia per accadere. Scientificamente non si può dire che l’animale sappia che sta per morire. Eppure secondo me lo sa. Anche in quel momento lui si fida, seppure apparentemente non sappia che sei tu l’artefice. È qualcosa di molto empirico.
Accompagnarlo in quel momento significa riconoscere prima di tutto il suo dolore. Significa riconoscere l’impossibilità di vivere una vita dignitosa. Parlo del minimo di dignità. Ad esempio, anche se il cane non può più camminare, può continuare ad avere una vita dignitosa. Ci sono cani che, nel momento in cui perdono la competenza vescicale o anale, vivono un grandissimo disagio, soprattutto se sono stati cani con una forte personalità. Ma nemmeno questo è il momento in cui si decide che è arrivata la fine.
Quando è il momento?
È difficile spiegare quando è il momento. Siamo noi veterinari che lo stabiliamo, mettendo insieme una serie di dati, che includono la perdita di dignità e la sofferenza come elementi di valutazione. La legge dice che puoi sopprimere un animale soltanto in caso di comprovata pericolosità o di malattia incurabile, che determini dolore.
Come si fa la valutazione del dolore per un animale?
Esistono precisi parametri scientifici (esempio il ritmo cardiaco o respiratorio). C’è la facies, una mimica, una postura che comunica che c’è dolore.
“Il distacco è sempre difficile, sempre. Però secondo me accompagnare il tuo cane consapevolmente alla morte è l’ultimo regalo che gli puoi fare.” Dott.ssa Daniela Morelli
E se spostiamo il focus sui proprietari, cosa accade nella tua esperienza?
Oltre a valutare la situazione dell’animale, è fondamentale dare il tempo al proprietario di comprendere che cosa sta accadendo, quali sono gli scenari possibili. Di solito vengo contattata per sopprimere un cane in due situazioni.
C’è una malattia pregressa, di cui il proprietario conosce quale sarà l’epilogo ma non sa quando avverrà. In questo primo caso quello che mi viene chiesto dal proprietario è di aiutarlo a riconoscere quale è il momento corretto, per non anticiparlo né per accanirsi con le terapie. Quando mi chiamano, e mi chiamano per chiedermi una valutazione, sento che sempre è accesa la speranza che ci sia ancora un giorno o un’ora in più di vita possibile. Non vado mai a casa dei proprietari portando con me il materiale, o meglio, magari ho il materiale ma lo lascio sempre in macchina. Non direi mai: ”Sto venendo a sopprimere il cane” per cui anche i miei gesti e il mio modo di pormi sono coerenti con questo approccio. Sarebbe troppo traumatico per il proprietario. Io vado a fare la valutazione e lascio il tempo di elaborare la notizia e di prepararsi. La maggior parte delle volte in cui osservo che è proprio giunto il momento, ritorno il giorno dopo, lasciando almeno dodici ore di tempo tra la notizia e il momento della morte. Sinceramente di fatto c’è sempre una doppia valutazione: dello stato di salute del cane e dello stato d’animo della famiglia. Anche se in questo caso vado a confermare quello che i proprietari già sanno, occorre comunque lasciare loro il giusto tempo per prepararsi al distacco.
Ci sono altre circostanze per cui vengo chiamata, come malattie o incidenti o declini improvvisi. In questi casi cerco di spiegare il più accuratamente possibile cosa è accaduto e quali sono le conseguenze. Il fatto di prendere il tempo di dare una spiegazione dettagliata in un liguaggio comprensibile e semplice, permette ai proprietari di familiarizzare con la notizia. Il proprietario di solito è in stato di shock, non se ne fa una ragione, si sente in colpa o fa una colpa al veterinario che non ha salvato l’animale. Il bisogno primario della persona in quel momento è comprendere cosa sia successo. Spiego accuratamente che spesso il cane non manifesta i sintomi di alcune patologie (ad esempio il tumore alla milza). Prendo il tempo di rispondere a tutte le domande perché so quanto sia prezioso per alleviare il senso di colpa.
Quando apprendono la notizia che è proprio il momento, che cosa accade? Si tratta di eutanasia ed è un tema delicato su cui la nostra società sta tuttora, giustamente, attraversando riflessioni profonde.
Arrivati al dunque, quello che frena il proprietario è sentirsi responsabile della decisione dell’eutanasia. “Sono io che lo uccido!”. Questa frase, solo pensata o pronunciata, scatena miriadi di dubbi e, ancora una volta, alimenta il senso di colpa.
Raccontami la scelta di accompagnare il cane a casa, prima di conoscerti sinceramente ignoravo che fosse possibile.
Negli Satati Uniti ci sono veterinari specializzati unicamente nell’accompagnamento alla morte a casa. In Italia è una pratica che sta iniziando a diffondersi solo negli ultimi anni. La mia scelta dipende dal fatto che, quando vado a casa, è più semplice per me aiutare i proprietari ad assumere il loro ruolo. I proprietari hanno il compito di continuare a far sentire il cane amato e sicuro. In genere in quel momento io spiego esattamente tutto quello che avverrà, passo, passo. Prima di fare qualsiasi cosa, spiego tutto. Spiego anche quello che potrebbe accadere: le difficoltà che posso incontrare nel dover prendere la vena, che effetto avrà ogni farmaco che utilizzo e possibili reazioni ai farmaci. Chiedo il permesso di cominciare e prima di iniettare l’ultimo farmaco, quello letale, li avviso. Quindi spiego ogni cosa prima di iniziare e poi, anche mentre lo sto facendo, ricordo quello che sta accadendo.
Inoltre utilizzo i Fiori di Bach (Rescue Remedy) o Fiori Australiani (Emergency o Travel) per aiutare il cane a vivere il passaggio. Sarebbe utile darli anche ai proprietari ma normalmente non li propongo agli umani. Mi limito a spiegare che il composto naturale serve ad aiutare il cane a rilassarsi.
Io una chiacchierata col cane me la faccio. Non ho formule prestabilite, mi calo nella situazione e nel momento e lo tranquillizzo, utilizzo il tocco consapevole (sotto forma di carezze e apppoggio) per trasmettere pace all’animale. Gli lascio sempre il tempo di annusarmi, di conoscermi, di prendere tutte le informazioni necessarie per potersi affidare con tranquillità.
“A casa i proprietari sono coinvolti. Dopo avergli lasciato il tempo di piangere e di salutarlo, dopo che hanno liberato le loro emozioni -anche lasciandogli la giusta privacy-, torno e mi fermo con loro, prendo il tempo di stare .” Dott.ssa Daniela Morelli
Quali sono le differenze tra farlo in clinica e a casa?
Quello che ho osservato è che, in clinica, in genere il cane viene portato con la richiesta di sopprimerlo. Viene appoggiato sul tavolo e, se ha ancora un minimo di coscienza, è spaventato, ha un atteggiamento non rilassato, i muscoli sono più tesi e, se riesce, si guarda molto più attorno, annusando l’aria. Di solito si fa tutto in semisilenzio. Normalmente non si parla molto col proprietario. Il rispettoso silenzio finisce per aumentare la tensione. Spesso negli ambulatori, una volta praticata l’anestesia, i proprietari vengono invitati ad allonarsi. È prassi. (È atroce lasciare il proprio cane con uno sconosciuto… NdA). Il cane muore solo in un posto semisconosciuto, senza riferimenti di nessun tipo.
Quello che a me viene naturale è accompagnare il proprietario a vivere l’esperienza. È qualcosa che non so spiegare, mi viene spontaneo, naturale. Se hai spiegato prima che il cane può emettere vocalizi, avere convulsioni, che terrà gli occhi aperti, se prepari i proprietari a vivere quel momento insieme, non c’è ragione per cui dovrebbero abbandonare il proprio animale nel momento del passaggio.
Quando è tutto finito nelle cliniche il proprietario va e lascia lì il corpo del proprio animale.
A casa invece i proprietari sono coinvolti nella preparazione per l’allontanamento. Dopo avergli lasciato il tempo di piangere e di salutarlo, dopo che hanno liberato le loro emozioni -anche lasciandogli la giusta privacy-, torno e mi fermo con loro, prendo il tempo di stare e li coinvolgo nella preparazione. Avvolgiamo insieme il cane nel telo. Poi si utilizza un sacco impermeabile, per poter contenere i liquidi che naturalmente si disperdono post mortem. I proprietari possono accompagnare l’animale alla cremazione e chiedere il conferimento delle ceneri.
“Se ciascuno di noi pensasse al carattere del proprio cane e fosse consapevole di quello che a lui piaceva o non piaceva fare, a come usava comportarsi nelle diverse situazioni, sicuramente potrebbe riconoscere che gli è stato maestro in qualcosa, che si è reso partecipe di un cambiamento anche nostro. È impossibile non cambiare quando hai un cane. Dopo la sua morte, il ricordo si trasforma, diventa una lezione di vita.” Dott.ssa Daniela Morelli
Una storia di accompagnamento che ti è rimasta nel cuore, tra le tante, un aneddoto…
Tra i tanti mi vengono in mente i più recenti. Un cane che mi ha coinvolto tanto è Sheeva. Una galga di 9 anni che stava benissimo, finchè non ha cominciato a zoppicare. Questa leggera zoppìa non passava, nemmeno con anitnfiammatori. Dalla radiografia non era emerso nulla e anche gli esami del sangue non davano nessun tipo di alterazione. Il cane però ha continuato a peggiorare. Per cui ho insistito per fare una TAC. Mentre aspettavamo il referto della TAC il cane ha iniziato a mostrare manifestazioni di dolore importanti. Si è deciso di sopprimerla. Il referto è arrivato la mattina dopo la sua morte e si trattava di un mieloma multiplo e linfoma. Erano due.
Come ti sei sentita ad accompagnarla senza sapere cosa stesse succedendo dentro Sheeva?
Ero molto legata a quella cagnetta, la conoscevo molto bene, aveva un carattere molto particolare e aveva deciso di darmi tutta la sua fiducia e il suo affetto, non si concedeva a tutti. Quando ho visto il dolore, che le deformava completamente i lineamenti, ho proceduto di comune accordo con la proprietaria. La proprietaria abita al terzo piano senza ascensore, Sheeva quel giorno non ce la faceva a tornare a casa. Un’amica che abita a pochi metri di distanza ha ospitato Sheeva e la sua proprietaria sul divano di casa. Quando sono arrivata mi sono trovata in questa grande sala, con i divani ricoperti di teli bianchi. Sheeva non dava segni da 24 ore ma, quando sono entrata, ha alzato la testa, mi ha leccato il viso e poi ha appoggiato ancora la testa. Ho sentito un “Ti aspettavo, finalmente sei arrivata!”
Il distacco è sempre difficile, sempre. Però secondo me accompagnare il tuo cane consapevolmente alla morte è l’ultimo regalo che gli puoi fare.
In genere, quando torni a pensare al tuo cane in realtà dovresti farti una bella domanda “Che cosa mi ha insegnato? Da dove posso ripartire?”. Se ciascuno di noi pensasse al carattere del proprio cane e fosse consapevole di quello che a lui piaceva o non piaceva fare, a come usava comportarsi nelle diverse situazioni, sicuramente potrebbe riconoscere che gli è stato maestro in qualcosa, che si è reso partecipe di un cambiamento anche nostro. È impossibile non cambiare quando hai un cane. Dopo la sua morte, il ricordo si trasforma, diventa una lezione di vita. Quello che ci manca subito dopo è la routine, i gesti quotidiani che uno fa e che improvvisamente si trasformano in un senso di vuoto. Il più delle volte quando penso a tutti i cani che ho avuto e che ho perso, a come vivevo con ciascuno di loro, perché con ciascuno di loro è stato diverso, io mi ritrovo a sorridere.
La Dott.ssa Daniela Morelli opera a Lodi e sud Milano, visita a domicilio su appuntamento e presso l’Ambulatorio Veterinario Altre Menti di Pieve Fissiraga, sempre su appuntamento. Per contattarla 335.5944655
Bellissima e toccante intervista, grazie di cuore! <3
Grazie a te, Marco!
Grazie Silvia ❤